È brutale, ma mi pare un riassunto perfetto

 Ieri  il mondo ricordava la malattia di Alzheimer: qualche bella parola, qualche tavola rotonda, e oggi, poi, si “festeggia” altro, ma la malattia è sempre lì.

Che poi, il rincoglionimento che prima era per tutti Alzheimer, adesso è un variegato calderone di malattie, demenze, deterioramenti cognitivi, vuoti nel cervello che non si colmeranno mai, un mai che è periodico; sempre più precoci, sempre più frequenti.

Non è solo la memoria che si perde, ma tutto ciò che quella memoria deposita nel cuore. 

Si perde la vita mentre si è in vita.

È brutale, ma mi pare un riassunto perfetto.

Quello che non viene spesso considerato, se non sotto forma di malcelato giudizio per cosa dovresti fare (il famoso e non richiesto se fossi in te) e invece non fai, è quello che perde chi sta accanto a questo tipo di malattia.

Non parlo di perdita personale, che pure c’è, ma di perdita relazionale. 

Tutto ciò che muore nel malato muore in te. 

Muore ciò che eravate insieme. 

E muore prima della morte biologica di uno dei due. 

La mia mamma, a Natale, riempiva la casa con fiocchi di tulle rosso mentre io l’aiutavo e il mi’ babbo ci prendeva per il culo.

A volte mi chiedo dove sono quei ricordi? Chi li conserva oltre me? Chi ne gode o ne prova piacere oltre me? Che senso ha ricordare se non può esserci condivisione?  Come nelle cene tra amici storici, ridiamo tutti per cose che nessuno sa tranne noi, e lo facciamo perché c’è stata e c’è, ancora, condivisione. 

Memorizzare è più semplice, perché attiene solo a te: studio, procedure, liste delle coop. Ricordare, invece, attiene a te spesso in relazione ad altri, perché il ricordo non è solo mentale, ma emotivo, è un mattoncino che compone quello che sei.

Il ricordo ti scorre nelle vene edificando la tua vita, nei molteplici sensi che gli davano i greci. 

Il ricordo è limo, cuce le tue ossa, i tuoi lembi di pelle più nascosti, la tua anima.

E ti fa ridere, illuminare, anche piangere e rimpiangere. 

Il sottile filo che esiste tra essere qualcuno e non essere più nessuno (per qualcuno) è un imbuto che ti strangola, ti strizza, ti blocca tra chi eri e chi non sarai mai più. 

Quindi, chiunque ci passa, può parlare, tutti gli altri, invece,  s’avessero a fare i cazzi loro.

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