Ma non quanto amo te

Lo scorso fine settimana ho visto sei episodi di una serie che racconta la storia d’amore tra due ragazzi, due sportivi, due culture, due campioni, due giocatori di hockey, due cuori, due anime, due desideri.

All’inizio mi chiedevo solo “Ma che cazzo di sport è l’hockey?” Poi mi sono detta che se esiste il ciclismo, dai, può esistere anche l’hockey, che male fa? A parte i lividi, temo.

E nulla. 

M’ha strascicato in terra, mi sono così innamorata di quei due che non mi innamorerò di nessuno per un bel po’ di tempo, anzi facciamo  mai più. 

Quello che nasce come qualcosa di proibito, confuso, nascosto e non del tutto voluto, prende le forme, in un lungo tempo, di un sentimento  così grande e puro e vero che oltre alla sua bellezza si trascina dietro la sofferenza che solo i grandi amori ti buttano addosso, quella sofferenza che non tutti hanno il coraggio, o il privilegio, di poter vivere. 

Uno dei due protagonisti è russo (ed è in patria per i funerali del padre). A un certo punto, durante una telefonata, l’altro, canadese, per tirargli fuori quello che di più nascosto e doloroso custodisce, gli chiede di raccontargli tutto in russo, lui non capirà nulla, ma all’altro sarà d’aiuto per liberarsi. 

Parte così un monologo in russo, con sottotitoli, che si è rivelata la più grande e bella dichiarazione d’amore che le mie orecchie abbiano mai sentito. 

Uno parlava e l’altro, con il telefono appiccicato all’orecchio, ascoltava, con gli occhi chiusi, chiusi per tutto il tempo. 

“Ma non quanto amo te”, così si conclude la telefonata.

“Ma non quanto amo te”.

Uno l’ha detto, l’altro non l’ha capito, che tanto certe cose non si capiscono, ma si sentono, soprattuto ad occhi chiusi, oltre le paure. 

A me m’ha sconvolto, e credo sia perché l’amore, quando è vero, t’appartiene in qualche modo, a volte per sempre. 

E ti cambia, pure, per sempre. 

E fine della storia.

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