To the Moon and back
Con la ghigna un po’ donna, ma si legga vecchia, immagine del 102, dichiaro che, come è successo a mezzo mondo, mi sono invaghita della missione Artemis.
Cioè, io vedo ogni mattina le stesse cose, anche se cerco di farlo con occhi nuovi e attenti: il verde delle pinete, le sfumature nello sguardo del Giova, i mille tipi di blu del mare o del cielo, la città nella quale lavoro, il mio paese e le sue facce sempre uguali, cercando di vivere ogni giorno la mia piccola storia, che spesso mi pare pure di non vivere, ma di osservarla solamente, mentre brigo per soffocare i dispiaceri, mettere a tacere le preoccupazioni, e smatassare le cose da fare.
Loro no, loro non guardano la storia, loro, la storia, la fanno.
Ognuno, con la pletora di dolori e gioie che la vita gli ha regalato, sono arrivati fino alla Luna.
Alla Luna, quella che noi guardiamo solo se ci ricordiamo di alzare gli occhi al cielo, il che non è così scontato.
Pare che il nostro cuore possa pompare ogni giorno una quantità di sangue per coprire la distanza dalla Terra alla Luna: “To the Moon and back”, così si dice.
Amare una persona così tanto da coprire questa distanza ogni giorno.
Ineluttabilmente, senza poterlo evitare, indefinitamente, infinitamente.
Guardando lo spazio questo sembra possibile, o forse guardando le cose dallo spazio, loro, me lo fanno sembrare possibile, sembrare possibile il rapporto con il numinoso.
E io mi domando: questo infinito che ci circonda e ci sovrasta di cosa è fatto?
È fatto di qualsiasi cosa sia fatto l’infinito, anche d’amore, che potrebbe essere, e dovrebbe esserlo, infinito, anche sulla terra.
E fine della storia.
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