L’hortus conclusus
Stamani, su una panchina vista coop, in attesa del 102, zaino sulle gambe e cappello in testa, avevo in cuffia “quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti”, elemento di una delle mie playlist à la page, che io trovo invece così moderna, così contemporanea, coeva delle mie emozioni, ed il mio cuore ogni volta è pugnalato come se a cantare fosse Bruto.
Mi sembrava d’essere il primo fotogramma di un film, senza però essere bella e brava come un’attrice.
Uno di quelli nei quali pure i ricordi dei protagonisti sono film, nel senso che li vediamo.
Nel mio caso il film è solo nella mia testa.
Avevo una sciarpa di lana gialla, talmente lunga che mi faceva 5 giri intorno al collo, me l’aveva fatta la mi’zia Flora. Mi ricordo ancora che la indossavo una delle prime volte che entrai nella coop nuova, con babbo e mamma; solo questo, la sciarpa gialla e la mia felicità, perché intorno tutto iniziava ad indossare le prime luci di Natale.
C’è un hortus conclusus in ognuno di noi, dal quale certe piccolezze non sfuggono, certe rimembranze, certe sfumature che sembrano partorite più dal cuore che dalla mente, non germogliano e non appassiscono, restano così, permangono, si cristallizzano, fotografie identiche al momenti che hai vissuto, non importa quanto tempo è passato.
La mia mamma aveva l’abitudine di comprare calendari dell’Avvento, a quest’ora la casa sarebbe stata piena di cioccolato e la pelle di brufoli.
E nel grande ciclo della vita, nel quale veder invecchiare e “sparire” un genitore è naturale e “giusto”, lasciatemi dire quanto manca quell’abbraccio fatto di attenzioni che nessuno al mondo riuscirà più a darti, quanto fa male sapere di non essere più pensati da colei, da coloro, per i quali eri il primo pensiero.
Quest’anno, il primo anno che vedo nitida la linea tra ciò che è stato e ciò che non sarà più, dopo tanto tempo, nel quale sono stata aggrappata anche alla speranza del budello di su’ ma, le luci del Natale fanno un pochino di male anche a me.
E fine della storia.
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